Cecità, Josè Saramago. Un’interpretazione.

Saulo di Tarso cade da cavallo, accecato dalla luce del divino e smette di osservare il mondo come un uomo, rinascendo a nuova vita in cui il sentire dell’essere razionale teso alla perfezione incorporea (de-umanizzata) di Dio lo rende, per sua propria natura, scopritore delle verità del mondo. Gli illuminati dal lume della ragione assoluta, dunque, sono gli unici a conoscere la realtà nuda.
La piccola umanità di Saramago si ritrova, d’un tratto, accecata da una luce che viene chi sa da dove (dalla ragione? dalla coscienza?) e si vedono spogliati della propria civiltà antropocentrica ritrovandosi anch’essi ad osservare e a ricrearsi addosso i movimenti della storia come successione d’individui, diventando, come il santo sopracitato, degli scopritori della verità nell’animo umano: una verità turpe e cruda formata d’arrivismi sporcati con mai bastanti sprazzi di buon cuore.
Come Dio, infine, è quell’emanazione di luce che permette ad alcuni uomini d’essere veggenti, così Saramago si presenta a tutti gli effetti come colui che ha visto il divenire delle cose prima degli altri, egli è il cieco numero zero, il prototipo di quell’uomo teso alle cose reali che permette ai suoi personaggi di poter essere da lui illuminati.

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Josè Saramago – Cecità

L’arte della rimozione è un processo filosofico, un’intermittenza della parola. Così è l’opera di Josè Saramago, uno sguardo lucido alla civiltà per poi ferirla a tradimento. E’ nella società che l’autore lavora di rimozione e ricostruzione, un montaggio analogico di spazi e uomini. Quando un male, il mal bianco, la cecità di un vuoto pallido, colpisce la popolazione di una non precisata cittadina, simbolo di qualsivoglia topos antropologico, gli individui sono portati a essere strappati dalla macchina kafkiana che è il muoversi umano universalmente riconosciuto e a creare un nuovo microcosmo all’interno di un manicomio  diventato prigione di quarantena.

Saramago, da bravo attentatore dell’Universale, ripercorre l’intera storia umana: l’incoscienza, la collaborazione e infine la scissione, accompagnata dal sopravvento delle pulsioni umane. Gli individui sopravvissuti torneranno, sì, nel proprio regno, ma solo per scoprire che ha mutato forma, diventando l’occhio del Caos.
Ecco, Saramago il Terrorista, colui che ironizza sulla situazione dei propri personaggi e che resta, ambiguo, a commentare le sorti degli uomini. Come anche in altre opere, sia antecedenti che successive a questa, l’autore contempla le possessioni umane per chiedersi quale sottrarre, innescando, di fatto, un effetto domino governato dal grottesco degli eventi e totalmente verosimile. Mentre in Cecità a subire questo processo è la pedina della vista, in Caino, ad esempio, sono la divinità di Dio e il ruolo del tempo.
E quale speranza lasciare agli uomini? Che la metamorfosi sia solo estetica mentre la città è ancora lì.

Josè Saramago – Cecità
‘[…] Nessuno, neanche la moglie del medico voleva domandare niente a proposito del cibo. Fin quando non avessero fatto la domanda non avrebbero sentito il temuto no, e fin quando il no non fosse stato pronunciato avrebbero continuato a sperare di udire parole come queste, Sta arrivando, sta arrivando, abbiate pazienza, sopportate la fame un altro po’. Alcuni, per quanto lo volessero, non ci riuscirono, come se all’improvviso si fossero addormentati svennero, li soccorse la moglie del medico, sembrava impossibile come questa donna riuscisse ad accorgersi di tutto quello che succedeva, doveva esser dotata di un sesto senso, una specie di visione senza occhi, ma solo grazie a questo i poveri sventurati non rimasero lì a cuocere sotto il sole, li trasportarono subito a spalla dentro, e con un po’ di tempo, d’acqua e qualche buffetto sul viso finirono per riprendersi tutti dallo svenimento. Ma era inutile contare su questi per la guerra, non ce l’avrebbero fatta neanche con una gatta tenuta per la coda, un antichissimo modo di dire che ha dimenticato di spiegare per quale straordinaria ragione sia più facile portare per la coda una gatta che un gatto. Infine il vecchio dalla benda nera disse, Se il cibo non è arrivato, non arriverà, andiamo a prendercelo. […]’