L’insaziabile altro – Cap. I

I
Pagine strappate al diario dell’illustrissimo poeta Vl*****r Iv*****c Na******v, impazzito durante la notte del ventinove aprile millenovecentonovantotto.

27.03.1998

Trovo senza alcuno scopo tenere delle memorie, una cretineria degna solo dei mediocri più grandi. Scrivere si sé a sé, votati all’io inchiostro. Quante anime in pena distratte da questo corsivo, quante formichine laboriose intente a costruire fogli su fogli la propria esistenza. So per certo che persino alcuni tra i miei colleghi più rivoluzionari tengono un diario, credo perché ne sperano una pubblicazione alla propria morte corporale. Questi artisti, sempre pronti a immolarsi per il sacro denaro. Nemmeno io lo fuggo, certo, né ne brucio in piazza, né invidio poeti a me superiori come Gregor Adrianovic Posredtvennov, eppure sarebbe così facile per un uomo come me fuggire il baratto sociale. Ma come possedere, poi, questi abiti così nobili? Un poeta che non conosca l’arte dell’eleganza è di certo un pessimo poeta. Torno spesso a parlare con me stesso, lontano dai miei fogli. Una volta che avessi ricevuto la benché minima risposta! Mi interrogo sulla lucidità, non ci dormo, rantolo come un maledetto: tutte le volte che sto per lasciarmi andare a una scrittura che sia intima, un demone mi schiaffeggia perché costruisca un pensiero pubblicabile. Molte volte non ho scritto di me per paura che qualcuno potesse credermi semplice. Ah, se sapessero che aspiro nient’altro che alla povertà di un abito dal buon taglio, alla morte in panciotto. Decomposto con eleganza.
Due giorni che dormo vestito: cilindro, papillon di velluto, giacca doppiopetto incorniciata di bottoni bianchi, camicia, canottiera, pantaloni con acclusa riga centrale, intimo immacolato. Scarpe lucide, luttuose. Sono spaventato, ecco perché cerco di aggrapparmi all’unica ragione che posseggo, quella misera della scrittura. Da giorni un avvenimento mi tormenta, io vorrei scappare. Scappare da me, dalla casa donatami da mio padre in preda a uno squallido gesto d’amore, dalla camera in cui scrivo di questa incombente follia. Ieri nemmeno il buon Chopin è riuscito a calmarmi, eppure Chopin non è Beethoven! Suggerisco a me stesso di raccontare tutto dall’inizio, dalla mattina sciagurata di tre mesi addietro, ma qualcosa mi tormenta, l’idea che l’avvenimento sia stato causato dal mio non essere più un buon poeta. Quand’è che lo sono stato? Nei versi di Borgogna, in quelli di Sicilia o in quelli giovanili del paesino russo in cui fui generato? Quel paesaccio che conosco appena. Come mia madre, come Bianca, che ora è troppo lontana per riuscire nel disegno della mia salvezza, come la vodka nel sangue. Ed io non ho mai bevuto, eppure mi sono costretto, nelle mie opere, a scrivere d’alcool, come fosse l’argomento preferito dei lettori di poesia. Ecco perché quelli si sentono così attratti dai miei versi: sono costantemente ubriachi.
Non posso donarmi al suicidio, non adesso, non in questa cameraccia piena di pulci, non senza aver scritto almeno un capolavoro che superi insieme la letteratura, la poesia, la storia. Che bestialità doversene andare senza prima possedere la piena consapevolezza di essere stati accettati dalla società tutta come maestri, guide per i più giovani, martiri. No, non sarà il nodo alla gola per la morte di Bianca o per L’Altro avvenimento, qualsiasi cosa fosse, a farmi desistere dalla vita, perché se morissi in questo preciso istante nessun amico mi consacrerebbe all’immortalità, come Majakovskij con il caro Esenin. Mi costringo al racconto, seppure a fatica, deglutendo la polvere impercettibile che domina questa camera.
Tornavo da quella che i miei colleghi avrebbero chiamato una festa ben riuscita: editori striscianti tra le vite di ballerine di cabaret poco avvezze al buon gusto della stoffa, scrittorini che avevano fatto del martirio la propria unica croce, cibo privo di sapore, poetucoli che componevano versi contando le ciocche di capelli delle signorine aspiranti dattilografe e battendo la metrica sui loro sederini, sigari di nessuno condivisi come in una comune di hippies, io, docile mediocre, che osservavo una ragazzina quindicenne già divertissement di tre illustri e ammogliati scrittori francesi, di cui non scriverò i nomi, nel caso questo mio diario dovesse vedere la luce della pubblicazione (ecco che già il mio animo, persino nella disgrazia, trabocca dell’idea che un mercato non sia che un mercato). Quella non aveva l’atteggiamento proprio della maggior parte delle donne che ho incontrato durante la mia esistenza lontana dallo studio, vale a dire il viso nemico, donnifico, adulto, conservava, anzi, negli spigoli dei lineamenti e nei capelli corvini un’espressione di fanciullezza eterna, impassibile e il suo corpicino intero sembrava seducente e inerme anch’esso come certe bambine (lontana da me qualsivoglia accusa di humbertismo, come se il proverbio non suggerisse che una donna non abbia per il resto dei suoi giorni solo e soltanto dodici anni). Ricordo che la fanciulla era stranamente simmetrica, statuaria, tanto che più d’un paio di volte fui portato a pensare che stessi ammirando nient’altro che una scultura dal seno piccolo e le spalle morbide piuttosto che carne umana, ma di carne umana era, feroce e appagante. Non amo particolarmente le descrizioni più che minuziose dei rapporti sessuali che si possono leggere oggi su certe opere di tali nuovi Sade o Lawrence, non scriverò encomio alcuno alla penetrazione, non al coito, mi limiterò piuttosto a suggerire che riempimmo la mia camera parigina di grida e che lei si addormentò. Gioia sentire una fanciulla dormire! La bocca appena dischiusa, il nasino arricciato, le ginocchia curve al ventre. Non ha mai vissuto davvero chiunque non abbia osservato almeno una volta nella propria vita una donna nell’atto del sonno, spiato almeno, fuori dalla serratura d’una camera. Bianca non dormiva mai, leggeva notti intere opere imprescindibili (uvr’s esensiall’s, come ripeteva gambe incrociate sul letto a ogni mia minima propensione all’intimità, in quel suo francese in molti casi persino peggiore del mio) di autori più grandi di lei e me messi insieme (a dire il vero, questo ero io a ripeterlo). Guardavo le sue mani sfogliare pagine su pagine, lo smalto muoversi animale tra l’inchiostro. Quanto alla fanciulla di quella notte, dormiva, per sua fortuna, lontana dalla letteratura tutta che molto spesso non fa che provocare dolori superflui ai giovani che la credano salvifica. Scrissi anche dei versi, peggiori del solito devo ammettere:
Tu, che fuggi il piacere/ e lo animi di soffi vuoti/ a quale sonno continuerai a votarti? A che noia?/ Dormi, giovane anima mia/ nascosta dal mondo, dall’albeggiare del corpo, poiché/ ho ritrovato nei tuoi lineamenti/ gli anni passati alla costruzione di un io così fragile/ da cadermi tra le braccia/ a ogni tuo sospiro.
Dormii poco, mi svegliai all’alba e osservai furtivo e vergognoso per l’ultima volta la ragazza in quella sua postura intima prima di avviarmi in salotto. Ho sempre avuto la buona abitudine di specchiarmi, appena sveglio, controllare il mio invecchiare progressivo, cercare di diventargli interessante.
Quella mattina, allo specchio, non c’era il mio volto, né il corpo tutto. Mancavano il naso schiacciato, le mani piccole, i denti ingrigiti dalla pigrizia; era fuggito via da me il ventre, l’ombelico, così come il pube, le gambe coperte di peli, i piedi. Eppure io c’ero, io mi sentivo, piuttosto era L’Altro ad essere barbaramente fuggito via. Ecco il mio segreto: non ho più un io che appaia. Sono perduto, com’è lui adesso. Provo a cercarmi nelle vetrine dei negozi d’abbigliamento, delle librerie: nulla; negli occhi delle donne che incontro per strada: il medesimo vuoto; nella mia poesia: ancora meno.
Tornai sgomento nella camera in cui sapevo riposasse la fanciulla, ma anch’ella s’era data alla fuga. Mi crederesti, unico mio io, se ti dicessi che piansi per tutta la mattina? Come un bambino senza la madre. Ero solo, dopo un anno dalla morte di Bianca avevo finalmente compreso d’esser solo al mondo. Il pagliaccio mio padre era morto d’infarto in questa terra che gli aveva dato troppo poco, mia madre se n’era già andata in Sicilia, Bianca aveva deciso di morire poiché troppo difficile sembra restare in vita in questo crogiuolo di bassezze. Quando mi costrinsero alla visione della mia amata fredda e silenziosa, rumoreggiava ancora Beethoven, nella sua casa. Non piansi, ma scrissi molto peggio. Non se ne accorse nessuno, com’è ovvio in questi casi. E adesso anche la parte che mi era più cara, perché l’unica che era riuscita a sopravvivermi, aveva deciso di nascondersi in chissà quale luogo. Non c’è nulla di peggio che togliere il proprio aspetto a un narciso.

An.Ia.

Il Teatro che Cammina – Giulio Cesare, di William Shakespeare

Un tentativo di interpretazione.

Si combattono, nell’opera di Shakespeare, due spiriti che abitano lo stesso spazio scenico, il medesimo corpo, anime di analoga messa in scena e analogo soggetto: lo Spirito del politico e lo Spirito del privato. Anzi, per essere più preciso ancora: lo Spirito dell’individuo politico e lo Spirito di quello privato. E non é forse questo il soffio della grande tragedia greca? La piazza che é la casa come teatro del soggetto necessario, l’eroe misero che contiene in sé entrambi gli spiriti nicciani e che viene agito dal Fato. In Shakespeare si vedono corpi infestati non più da una causalità ciclica, ma dal germe d’una coscienza altissima, inumana e umanissima al tempo stesso, storica e contemporanea. I grandi protagonisti dell’opera del Bardo abitano una realtà insita dentro al tempo che li vede agenti al massimo grado, pur soffocati dalle passioni essi sembrano possedere una percezione posta oltre la loro natura.

Giulio Cesare, scritto dall’autore circa un anno prima di quell’Amleto dubbioso e guerriero, presenta interamente l’individuo scespiriano corroso da sé, in continua inquietudine, ma pur sempre pregno di coscienza ultima. Così appare il malinconico Bruto, che per troppa virtù si costringe a uccidere quella figura di padre prima che trasformi la Repubblica romana in una tirannide. L’esasperazione del suo bene porterà l’atto malevolo, mentre lo stesso non si potrà dire degli altri congiurati.

Bruto sembra soffrire, in questa tragedia che vive di meta-teatralità continua, di un ruolo storicamente inferiore nelle azioni sceniche, pur essendo la guida principale dell’evento: egli è costretto, prima dall’individuo cosmico-storico Cesare, poi dalla retorica di Antonio, a essere relegato a una figura minore, insetto sotto il tacco del tempo. Ebbene, l’insetto si travestirà a virtù e tradirà a colpi di pugnale la storia sua madre senza preoccuparsi poi troppo della ragionevolezza di questa, mentre gli altri congiurati non saranno che uomini miseri, senza conoscenza alcuna del mondo. Il tentativo dell’eroe Bruto, però, è destinato a fallire, come se un certo Fato greco lo carcerasse di nuovo al proprio ruolo lasciandogli solo la possibilità socratica del suicidio.

Nell’animo della virtù si costituisce il linguaggio, una retorica bassa di cui gli uomini si servono per ricevere il consenso dai propri simili: che fosse quello a mancare al caro e silenzioso Bruto? Che possedesse come ammalato la deficienza della parola che gli avrebbe permesso di divenire come il fu Gaio Giulio Cesare?

Lo spirito privato è poi rappresentato dalle compagne dei due protagonisti, spazi reconditi e immostrabili, i loro fiati più dolci ed eroistici, ma le donne hanno vita breve e l’intimità con loro, così la morte di Porzia renderà Bruto un uomo ancor più manchevole dell’anelito della casa.

Animali coscienti, tali i personaggi dell’opera, che abitano certi drammi consapevoli e necessari cui di continuo essi stessi tentano di fuggire.

Cassius
Stoop, then, and wash. How many ages hence
Shall this our lofty scene be acted over
In states unborn and accents yet unknown!
Brutus
How many times shall Caesar bleed in sports
That now on Pompey’s basis lies along
No worthier than the dust!

Cecità, Josè Saramago. Un’interpretazione.

Saulo di Tarso cade da cavallo, accecato dalla luce del divino e smette di osservare il mondo come un uomo, rinascendo a nuova vita in cui il sentire dell’essere razionale teso alla perfezione incorporea (de-umanizzata) di Dio lo rende, per sua propria natura, scopritore delle verità del mondo. Gli illuminati dal lume della ragione assoluta, dunque, sono gli unici a conoscere la realtà nuda.
La piccola umanità di Saramago si ritrova, d’un tratto, accecata da una luce che viene chi sa da dove (dalla ragione? dalla coscienza?) e si vedono spogliati della propria civiltà antropocentrica ritrovandosi anch’essi ad osservare e a ricrearsi addosso i movimenti della storia come successione d’individui, diventando, come il santo sopracitato, degli scopritori della verità nell’animo umano: una verità turpe e cruda formata d’arrivismi sporcati con mai bastanti sprazzi di buon cuore.
Come Dio, infine, è quell’emanazione di luce che permette ad alcuni uomini d’essere veggenti, così Saramago si presenta a tutti gli effetti come colui che ha visto il divenire delle cose prima degli altri, egli è il cieco numero zero, il prototipo di quell’uomo teso alle cose reali che permette ai suoi personaggi di poter essere da lui illuminati.