Il Teatro che Cammina – Giulio Cesare, di William Shakespeare

Un tentativo di interpretazione.

Si combattono, nell’opera di Shakespeare, due spiriti che abitano lo stesso spazio scenico, il medesimo corpo, anime di analoga messa in scena e analogo soggetto: lo Spirito del politico e lo Spirito del privato. Anzi, per essere più preciso ancora: lo Spirito dell’individuo politico e lo Spirito di quello privato. E non é forse questo il soffio della grande tragedia greca? La piazza che é la casa come teatro del soggetto necessario, l’eroe misero che contiene in sé entrambi gli spiriti nicciani e che viene agito dal Fato. In Shakespeare si vedono corpi infestati non più da una causalità ciclica, ma dal germe d’una coscienza altissima, inumana e umanissima al tempo stesso, storica e contemporanea. I grandi protagonisti dell’opera del Bardo abitano una realtà insita dentro al tempo che li vede agenti al massimo grado, pur soffocati dalle passioni essi sembrano possedere una percezione posta oltre la loro natura.

Giulio Cesare, scritto dall’autore circa un anno prima di quell’Amleto dubbioso e guerriero, presenta interamente l’individuo scespiriano corroso da sé, in continua inquietudine, ma pur sempre pregno di coscienza ultima. Così appare il malinconico Bruto, che per troppa virtù si costringe a uccidere quella figura di padre prima che trasformi la Repubblica romana in una tirannide. L’esasperazione del suo bene porterà l’atto malevolo, mentre lo stesso non si potrà dire degli altri congiurati.

Bruto sembra soffrire, in questa tragedia che vive di meta-teatralità continua, di un ruolo storicamente inferiore nelle azioni sceniche, pur essendo la guida principale dell’evento: egli è costretto, prima dall’individuo cosmico-storico Cesare, poi dalla retorica di Antonio, a essere relegato a una figura minore, insetto sotto il tacco del tempo. Ebbene, l’insetto si travestirà a virtù e tradirà a colpi di pugnale la storia sua madre senza preoccuparsi poi troppo della ragionevolezza di questa, mentre gli altri congiurati non saranno che uomini miseri, senza conoscenza alcuna del mondo. Il tentativo dell’eroe Bruto, però, è destinato a fallire, come se un certo Fato greco lo carcerasse di nuovo al proprio ruolo lasciandogli solo la possibilità socratica del suicidio.

Nell’animo della virtù si costituisce il linguaggio, una retorica bassa di cui gli uomini si servono per ricevere il consenso dai propri simili: che fosse quello a mancare al caro e silenzioso Bruto? Che possedesse come ammalato la deficienza della parola che gli avrebbe permesso di divenire come il fu Gaio Giulio Cesare?

Lo spirito privato è poi rappresentato dalle compagne dei due protagonisti, spazi reconditi e immostrabili, i loro fiati più dolci ed eroistici, ma le donne hanno vita breve e l’intimità con loro, così la morte di Porzia renderà Bruto un uomo ancor più manchevole dell’anelito della casa.

Animali coscienti, tali i personaggi dell’opera, che abitano certi drammi consapevoli e necessari cui di continuo essi stessi tentano di fuggire.

Cassius
Stoop, then, and wash. How many ages hence
Shall this our lofty scene be acted over
In states unborn and accents yet unknown!
Brutus
How many times shall Caesar bleed in sports
That now on Pompey’s basis lies along
No worthier than the dust!

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