Cecità, Josè Saramago. Un’interpretazione.

Saulo di Tarso cade da cavallo, accecato dalla luce del divino e smette di osservare il mondo come un uomo, rinascendo a nuova vita in cui il sentire dell’essere razionale teso alla perfezione incorporea (de-umanizzata) di Dio lo rende, per sua propria natura, scopritore delle verità del mondo. Gli illuminati dal lume della ragione assoluta, dunque, sono gli unici a conoscere la realtà nuda.
La piccola umanità di Saramago si ritrova, d’un tratto, accecata da una luce che viene chi sa da dove (dalla ragione? dalla coscienza?) e si vedono spogliati della propria civiltà antropocentrica ritrovandosi anch’essi ad osservare e a ricrearsi addosso i movimenti della storia come successione d’individui, diventando, come il santo sopracitato, degli scopritori della verità nell’animo umano: una verità turpe e cruda formata d’arrivismi sporcati con mai bastanti sprazzi di buon cuore.
Come Dio, infine, è quell’emanazione di luce che permette ad alcuni uomini d’essere veggenti, così Saramago si presenta a tutti gli effetti come colui che ha visto il divenire delle cose prima degli altri, egli è il cieco numero zero, il prototipo di quell’uomo teso alle cose reali che permette ai suoi personaggi di poter essere da lui illuminati.

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