Il Funerale

Ispirato alla sociologia de ‘Il Maestro e Margherita’ di Michail Bulgakov

Prima di addentrarci con l’intero nostro animo nel profondo degli avvenimenti che accompagnarono il filosofo Boris Ivanovic Pravdovin al ricovero nella più prossima Casa della Quiete della metropoli, non possiamo, per quanto ne facessimo volentieri a meno, non spendere qualche riga sulla persona della due volte vedova Elena Vladislavovic Travnikova e con più precisione, sulla giornata in cui ella morì. Mite e gobbamunita pettegola aveva passato la maggior parte della propria magra esistenza china su cesti di frutta e verdura, i quali le avevano fatto dono di un paio delle mani più crudeli che il paese avesse mai visto. E come si scontravano con la personcina di Elena!
Se fosse mai stata fanciulla candida dal corpo lieto? Dio sosteneva di non ricordarlo. Era giunta in paese all’età di trentatrè anni, figlia di un agricoltore che sarebbe morto d’infarto neanche l’anno dopo, e aveva tempestivamente conosciuto e sposato Adrian Filippovic Prostakin, anch’egli agricoltore (il genero, com’è ovvio, soddisfò del tutto le esigenze del benvoluto suocero), coinvolto, sette anni più tardi, nella traiettoria di un proiettile originario della mano di un sicario ceco che aveva confuso il proprio bersaglio. La donna si vestì di vedovanza e maternità, poiché fu proprio in quei mesi che decise la propria luce il figlioletto Sergej Adrianovic, ed ella che insieme carezzava il figlio e domandava l’elemosina agli angoli dei vicoli divenne d’esempio per ogni madre che volesse dirsi amorosa. Sulle mura di uno di quegli appartamenti per il cui uscio ella era solita mendicare qualche dignitoso spicciolo dev’esserci ancora il suo ritratto con il piccolo Sergej tra le braccia a opera di un pittore che si trovava in paese per l’incontro con una prostituta. D’alcuni uomini, però, come d’alcune donne, bisogna che si parli come di continui màrtiri, anche durante periodi di fortuna, poiché il viso supplichevole di Elena Vladislavovic piacque al commerciante Gavrilo Isakovic Vinov, che ne divenne nuovo marito durante il mattino del ventuno maggio dello stesso anno e nuovo supplizio nella giornata del ventidue quando si trovò calpestato, suo malgrado, dalle rotaie d’un treno. Elena ereditò la piccola attività del defunto e la portò avanti con rassegnazione e aridezza fino alla fine dei propri giorni. Pian piano le si venne a costituire la gobba che l’accompagnò per la senilità, le si ruppero i denti e le si indurirono le mani, come le venne a mancare il figlio trasferitosi lontano per via di certi creditori cui doveva l’equivalente di settantatré puntate perse su alcuni cavalli considerati vincenti, e la vita, il ventisette dicembre dell’anno in cui avrebbe carezzato la settantina.
Spirò dopo un’angosciosa malattia del fegato che per tre mesi buoni tenne occupati i parenti nutriti dalle migliori intenzioni, il figlio tornato tempestivamente dall’anonimato del proprio ricovero, in verità più per l’odore di patrimonio che porta con sé la morte che per una reale tenerezza nei confronti della moribonda, insieme con la dolce sposa, la cui occupazione sarebbe meglio tacere in questa sede. A tali figure umane facevano coda un paio grinzose sorelle apparse sulla terra già belle che cadenti per la sola interpretazione di quella parentela carnale (è infatti parte della conoscenza comune la piena consapevolezza che i parenti a noi più stretti non siano che attorucoli dalla considerevole capacità improvvisativa); una donna che gli amatori delle varie funzioni della lingua chiamerebbero colf, ma che noi, per rispettare una certa etichetta battezzeremo ancella impiegata nella veglia notturna della comatosa, e il di lei fidanzato, calco umano di uno spaventoso maiale. Insieme, quell’idillio pittoresco che chiameremo famiglia aveva passato i mesi prima della dipartita dell’amata Elena Vladislavovic in continuo contatto fisico, tanto che non mancarono tra quei disgustosi individui pettegolezzi e crudeltà d’ogni sorta, come pare naturale in qualsiasi gruppo umano rispettabile. Dal canto nostro, ci sottrarremo dalla narrazione analitica di tali attività antropocentriche, limitandoci a suggerirne biecamente solo e soltanto una che abbracciava insieme l’impiego della giovane nuora e il ben nutrito promesso sposo dell’ancella.
Elena spirò e i pianti ricoprirono la camera. Quelli acuti e teatrali della sorella Agata, quelli intimi e rancorosi dell’altra, Susanna, i vagiti affilati della collaboratrice, i grugniti dell’amato, le lacrime condivise da un abbraccio patetico tra Sergej e la propria sposa. Quale sinfonia, signori, un intero concerto per guaiti e ipocrisia! Vennero quattro becchini trasportando il feretro a fatica e vi adagiarono la defunta, parlottando tra loro sulla miglior posizione da farle assumere nello scomodo appartamento. Eccola, piccola e informe, dal naso aquilino, le dita sottili e nodose, le labbra tumefatte, i piedi al caldo tra le scarpe della festa nella sua nuova abitazione, ecco il corpo ospedaliero che si è amorevolmente occupato di lei durante i giorni dell’agonia, si salutino come eroi, figlio, nuora, sorelle-attrici e due sconosciuti, ecco i becchini che per la scala ripida, stando attenti a coordinare i passi perché è sempre cattivo auspicio lasciar cascare un sarcofago gravido, accompagnano la defunta Elena Vladislavovic Travnikova, figlia di un agricoltore giunta in paese all’età di trentatré anni, sposa del semplice Adrian Filippovic Prostakin prima e del commerciante Gavrilo Isakovic Vinov poi e madre dello scommettitore incallito Sergej Adrianovic Prostakin verso la più vicina delle chiese cattoliche.
Ora, chiunque si fosse avvicinato alla folla di berretti e fazzoletti accorsa perché prendesse parte alla straordinaria operazione sociale che rappresenta l’estremo saluto, avrebbe di certo distinto, quasi dubbiosa, accigliata, una figura differente alle altre che componevano quello straordinario mosaico umano. L’uomo, perché d’uomo era costituita la nostra figura, dimostrava cinquanta e centinaia d’anni in più, ben rasato, dal cui mento nasceva una leggera pappagorgia, provvisto d’un paio d’occhi leggermente strabici i cui colori si contraddicevano l’un altro alla cui sommità erano poste altrettante sopracciglia nere di posizioni dispari osservava il muoversi dei vivi in territorio di morte. A chiederglielo, lo straniero avrebbe risposto che gli uomini gli attribuivano un’indicibile quantità di nomi, alcuni dei quali persino indecorosi, ma che tra essi, egli preferiva di certo quello di Woland.
La donna, ancora disforme nella propria nuova sistemazione, varcava il portone della chiesa che affacciava in maniera diretta verso l’infinito teologico, ne salutava le colonne, gli affreschi, le statue sofferenti dei santi e con lei l’intera compagnia, al cui capo figurava la terribile Agata che colorava il piagnisteo di espressioni laceranti e pugni a colpire il petto inerme Sorella mia, sorella mia di carne! diceva Come siamo sfortunati! Mio marito! Mia madre! Mia sorella! Come siamo sfortunati! e poi, alle campane che suonavano la marcia dei morti Che brutto suono che viene! Alle spalle uno sciame di voci stanche lasciava che i santissimi di gesso avessero pietà di loro. Ma che animale è quello che si fa strada tra le panche centrali della Casa di Dio, dai lunghi baffi neri, la pancia grossa, il portamento fino? Che sia un gatto? E l’uomo, dal passo sostenuto, lo sguardo distante, vestito d’un bell’abito a quadretti e corredato di pince-nez, da dove viene? Quel è il suo paese d’origine? E’ proprio vero, si dicevano indignati tra loro due garbati vasai, che la chiesa cattolica ha perso ormai i propri valori se lascia entrare gatti e stravaganti.
Il lettore attento sentirà in questo istante la necessità d’una spiegazione, cui noi possiamo recare un soddisfacimento nient’altro che sommario soltanto informandolo che l’animale era davvero un gatto e che gli uomini lo chiamavano col nome di Behemoth e che il suo accompagnatore (e nessuno si azzardi a definirlo padrone), il quadrettato, sarebbe stato battezzato col nome di Korov’ev, se fosse stato battezzato, ma egli non lo era. Se ci riuscisse di avvicinarci ai due bizzarri compagni li udiremmo sussurrarsi tra loro interessanti considerazioni
Che chiesetta sporca, affermerebbe contrariato il gatto
Come se loro avessero conosciuto Yeshua, mormerebbe di rimando l’individuo distinto come Korok’ev, come se fossero stati con lui nel momento in cui allontanava da sé il calice amaro oppure il giorno che resuscitò e si lasciò da Tommaso trapassare il costato con la mano sinistra
A dire il vero, caro Korok’ev, confesserebbe il grasso Behemoth, non eravamo presenti nemmeno noi durante quegli avvenimenti
Già, si scuserebbe il quadrettato, ma Woland ce ne ha parlato così spesso che mi è capitato non poche volte di pensare a quell’avvenimento come verificatori sotto questi miei pince-nez
Già, chiuderebbe l’altro
Ma noi, ricordiamo, non possediamo la capacità di udire i discorsi sommessi di alcun tipo e quindi ci limiteremo all’immaginazione.
Il parroco, benvestito sposo di Cristo, si avvicinava allo strano meccanismo che prendeva il nome d’omelia. L’uomo, se a chiamarlo uomo non gli si rechi un torto avendo egli abbandonato ognuna delle discutibili qualità umane per acquistarne altre dall’altrettanto discutibile volontà etica, era stato in paese più volte criticato per l’eccessiva durata dei propri monologhi omeliaci che la maggior parte delle volte, duravano anche trentasette minuti buoni e i bigotti, come avranno sicuramente avuto modo di accertarsi i lettori più interessati al variopinto universo della sociologia, sono costantemente di fretta. Il buon curato dopo l’ennesimo rimprovero, si era costretto in venti minuti durante la settimana e ventuno nel giorno del Signore, tuttavia come poteva, in quel momento, trattenersi? Rispettare la tempistica mentre la vecchina era viso al cielo nel feretro di legno? Avrebbe lasciato che l’omelia durasse tutta la notte, per tre giorni interi, perdio! E pensando perdio domandò clemenza al Suddetto, che non gli inflisse alcune punizione perché comprese che tale infrazione nei confronti del Primo Comandamento era stata pronunciata in un impeto del pensiero. Il curato si avvicinò al leggio, tossì un paio di volte con la mano destra a coprire la bocca, e diede inizio al monologo.
Fedeli, amici, siamo oggi riuniti per commemorare Elena Vladislavovic, che è spirata tra la notte di ieri e il giorno di oggi, affannosa lavoratrice, e non stupisce che il Signore Dio nostro abbia provveduto a chiamarla tra i angeli che gli siedono ai lati proprio al termine della giornata, come un marito che torna fedele alla donna che ha sposato concluso il proprio lavoro. E…
Quante parole importanti, signori! Che bella la lingua se adoperata in tali occasioni, se patria di nobili sentire, se mezzo sincero e oculato! E di lingua bisogna che si parli perché quella del religioso venne interrotta da un sinistro scricchiolìo d’assi.
Se vi riuscisse, lettori, d’interrogare, un giorno, uno di quelli che assistette all’inumano avvenimento, sono sicuro che costui non mancherebbe di raccontare che più d’uno venne fuori dall’Alcova di Cristo coi capelli completamente bianchi e non a causa d’una incombente vecchiaia, poiché allo scricchiolare del legno seguirono i fiori caduti e lo schiudersi dell’asse. Ne venne fuori la magra Elena, cui già le labbra cominciavano il naturale processo di decomposizione marcia, i cui denti erano forse un po’ più guasti del giorno prima, dal naso pendente e il colorito livoroso e della bocca disfatta riuscì a sussurrare, come fosse appena venuta fuori dall’oltretomba (cosa che a dire il vero si era appena compiuta) Sono viva.
Behemoth e Korok’ev cercarono il volto del Maestro, il quale ammirava rapito la scena selvaggia cui si prostravano i fedeli. Sergej Adrianovic Prostakin vedeva sfumarsi la propria eredità.

Facebook: https://www.facebook.com/tecnichediastrazionedelcorpo

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...