Lo Stato dentro l’uomo

Non si sfugge da-alla macchina. Gilles Deleuze

Cosa accadde un giorno al calzolaio V******* I******* K*****? Camminava pensoso per il parco cercando rifugio dall’estate grigia che veniva in paese e s’accorse, specchiandosi di tanto in tanto nelle vetrine dei chioschi per accrescere quel desiderio di vanità che è proprio solo di certi maschi e di certe donne, d’avere qualcosa che gli cresceva sotto il cappello nero. A vederlo, il piccolo calzolaio suscitava insieme tenerezza e disgusto: le minuscole mani coperte di peli, i capellacci rossi e radi sulle tempie, il naso schiacciato, la bocca d’un colorito mortuario. Un sincero lavoratore, come a dire un sincero cretino. Com’era buffo vederlo affaccendato sulle suole di quei sandali moderni così difficili d’aggiustare, quasi che solo scrutarli gli costasse fatica. Abitava in una cameraccia d’appartamento alla periferia di M***** insieme con un donnone ch’era la sua musa e a cui egli dedicava qualsiasi nuovo profitto. Un lavoratore sincero. E che tipo di tumore cresceva adesso sul capo pietoso dell’omino, alla soglia dei trentott’anni? Perché di tumore si trattava, di cancro nascente sulle tempie magre cui sarebbe seguita la crescita del male, la sofferenza col dolore, la chemio che s’immischia negli affanni della morte. Corse verso casa, ancora spoglia della compagna e levò piano il cappello. Cosa vide! Saltò all’indietro e cadde sul pavimento della camera mentre ai capelli ingrigiti dallo spavento s’avviluppavano due begli edifici di vergine costruzione. Richiuse il cappello su quell’abuso edilizio e scappò da casa sua come non gli appartenesse. Corse fuori e lo prese la nebbia d’estate mentre si studiava la testa ai vetri dei negozi e osservava lo Stato prendere vita in lui. Le case coi tetti spioventi gli crescevano fin sopra le orecchie e già un fumo morboso s’animava da una cisterna venutagli al mondo dietro la nuca. Ecco come s’imborghesisce un onesto signore, lasciando che vivano in lui l’industria e l’istituzione, pensava mentre attendeva le grazie d’un gran luminare intento a non lasciarsi spiare la Grande Istituzione dagli altri assistiti. Il medico curerà il mio male civile, pensava, il medico saprà cosa fare di me. Al proprio turno attraversò preoccupato il corridoio che dava allo studio e spiegò a quel luminare il male che l’aveva colpito e quand’ebbe finito gli venne ordinato di stendersi su di un lettino per attendere un’ecografia. La macchina mostrò dentro il petto dell’uomo il difetto d’una civiltà che gli era nata nei polmoni e che l’avrebbe soffocato di lì ai tre giorni. L’omino pensò a Cristo e si chiese se fosse pronto per tale sacrificio. Povero agnello lavoratore. Cosa posso fare per guarire, luminare? Chiese e d’un tratto al medico vennero agli occhi due grossi lucciconi e scoppiò in un pianto disperato prima che dal cielo cadesse tutta la burocrazia della Babilonia. Solo e prossimo alla morte il malato fuggì facendosi strada tra le carte. Casa sua era ancora lì, e la dolce compagna l’aspettava radiosa domandando la propria razione d’amplesso, ma l’uomo l’abbracciò vestito di lacrime e fecero l’amore a quel modo, disperandosi per la morte e maledicendo lo Stato. Egli dettava i movimenti secchi delle cosce, istituzionalizzava l’atto sessuale come una pratica del rapporto di coppia, lasciava che i due giungessero al coito e li frenava con le sue strade trafficate; era lo Stato a governare i movimenti di quella buffa dicotomia con i propri artigli felini e sapiente direttore d’orchestra lasciava che gli uomini suonassero l’ingloriosa melodia. Come pensare è l’azione civile del pensiero, così far l’amore è l’atto sociale della de-procreazione, un mezzo che si smarrisce fin dentro i suoi fini, un io devo risoluto e prolifico. I figli dell’uomo sono le sue costruzioni, le mura d’Occidente, il maestoso Leviatano germogliato nei polmoni. L’omino venne dentro la moglie e si sentì per un attimo libero e desideroso di vita; batté le ciglia e tornò in catene. Mentre la donna ancora dormiva la salutò per l’ultima volta e lasciò casa sua dominata dalla civiltà. Ecco il santo marxismo che divora l’uomo fin dentro le viscere. Si trovò sul fiume, respirando già a fatica. Per due giorni interi pregò di non morire, promise a Dio tutti gli onori di cui un Padre ha bisogno, a Lucifero tutte le anime che avesse richiesto, ma continuava a spegnersi piano ed ecco già dal petto le prime casupole che si scontravano con le ossa e faticavano a uscire. Quanto dolore recano i figli alle madri, poiché da madre egli s’era sentito costretto a travestirsi, madre carcerata nel proprio vivere giuridico. Era la legge e la sua applicazione, il brulicare del diritto, il dovere del sentire. Una bambina che inseguiva un rivolo d’acqua gli si sedette al fianco. Il calzolaio le sorrise e lei l’abbracciò. Ora una strada nasceva nei denti della piccola, sulla fronte il principio d’un Palazzo di Giustizia e già tra gli occhi due giudici piccini condannavano a morte un fedifrago, dalla testa le nacquero uffici e posti auto, sul pancino una scuola e una bottega di falegname e sulle gambette le crescevano agili le prime giostre d’un parco cittadino. Agonizzante, il calzolaio la vide morirgli accanto mentre il rivolo di fiume le bagnava il teatro venutole al mondo sulla guancia destra. L’uomo gridò a Dio:- perché mi fai questo? E Dio rispose, dalla chiesetta su una delle braccia:-Dov’eri tu quand’io giocavo col Grande Leviatano? -Ecco, -gridò l’uomo- io aggiustavo le scarpe. L’ultimo giorno se ne andava e Dio sentiva d’aver fatto la cosa giusta. Più in alto, l’Istituzione lo guardava e rideva di lui.

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