Sulla vera natura del teatro

Tutto il reale viene dal movimento e a esso tende: quando ci interessiamo alle cause e ai principi delle cose non possiamo, difatti, non tener conto del muoversi continuo di quella che un ottimista qualsiasi chiamerebbe vita. L’anima del mondo, quindi, si ritrova in un vortice di passi (non per forza votati alla bassa antropologia) che rappresenta di questa il pneuma. Il teatro si è sempre e solo rivolto a tale parte della realtà.
La vita, l’infima e meschina vita, che affligge ognuna delle idee operanti nel teatro, che si inalbera alla fermezza delle cose, che piange, bambina, al tempo che arrogante si beffa di lei. In ogni messa in scena non c’è che misera vita.
Non mi interessa il teatro, ne’ quello dei padri, ne’ quello dei figli, mi preoccupo poco della sua storia, di più della sua fisica e metafisica, poiché esso è, nella sua straordinaria e repellente finitezza, l’unione maggiore tra i due muoversi che animano le cose. Il primo, puramente fisico, tangibile e intellegibile: la realtà dei corpi e delle sostanze (tra cui anche il Principio); il secondo, l’ineffabile Nulla in cui qualsivoglia oggetto non sensibile (come il Principio stesso) è immerso e di esso trabocca. Il Principio rappresenta di certo il solo e più potente legamento tra Paradosso (eterno ineffabile, quello che prima abbiamo felicemente chiamato secondo muoversi) e Divenire (il primo muoversi di cui prima), il quale si traduce, di seguito, prima in un meta intelletto indefinito (da cui deriva un’ineffabile meta filosofia, di cui non si può che postulare l’esistenza) e nell’attimo seguente in uno geometricamente finito. Il teatro, suo malgrado, non tiene conto di nessuna di queste costruzioni prime e paradossali, preferendo, forse per impossibilità dei suoi affinatori, la realtà tangibile delle cose e solo quella.
L’uomo respira, ognuno lo contempla, aspettando faccia altro, aspettando si muova. Ma si muove già, si è sempre mosso, è una falena impazzita attratta dai lucernari. E’ vita! Ogni fremito del corpo non è che grido alla vita. Ah, l’avessero saputo le tragedie che mentre cantavano la morte, celebravano la vita! L’avesse saputo tutta la storia del teatro, tutta la storia dell’arte! Il teatro è sempre imitazione della vita, anche quando da essa fugge, soprattutto, anzi, in quel preciso momento (per lo stesso motivo per cui non v’erano mani più conformi di quelle dada), anche quando si traveste di assurdismo, surrealismo, incomprensibilità.
Beckett immolava le sue vittime per la vita, lo stesso movimento assurdo della bocca, dei passi, di tutti gli altri. Lo stesso Carmelo Bene, che pure ha rappresentato l’unica lucidità per il teatro tutto, che pure è stato il solo a commettere uno spaventoso passo indietro (laddove sia chiaro che per passo indietro non si intende altro che una tensione che guardi all’alto, al raggiungimento del Paradosso di Fermezza), si è rivelato nient’altro che un inguaribile ottimista. Magari bastasse togliere la voce per diventare una macchina, magari bastasse togliersi dalla scena per de-corporizzarsi!
La crisi del teatro è eterna, continua, insovvertibile. Impossibile qualsiasi golpe. Interessante sarebbe ammazzare un innocente in scena e che la finzione ne giustificasse l’atto, si sarebbe di un passo più vicini all’astrazione. Certo, il cadavere non sarebbe che corpo, ma nel reale immaginifico di un’opera omicida, potrebbe per un momento, mutarsi in idea e poi in Nulla.
Cosa può fare, dunque, date le tristi premesse, il teatro? Descrivere provando inutilmente il proprio moto di astrazione. Ricercandolo, almeno. Tutta l’arte, di fatti, non è che descrizione architettonica dell’Io.
Teatro, amico mio, ti sei finalmente rivelato nella tua sincera natura, mentre io, che per anni ho creduto a te come salvifico dal corpo, non posso che guardare al tuo vivere come a una prigione.

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