L’uomo alla scrivania – I

I

Le periferie di Milano, come strascichi di fumo, crescevano abbandonate. Le strade si disgregavano sotto le suole dei passanti, le vetrine dei negozi vivevano sporche agli angoli dei marciapiedi, i bar trasmettevano partite, telegiornali e a volte musica per innamorati mentre i tavoli grigi erano gremiti di adolescenti pronti ad azzannare l’ennesima birra della giornata, i pochi vigili urbani controllavano che tutto fosse in ordine. I locali notturni erano ancora lontani dal togliere i lucchetti ai cancelli e le prostitute, nelle proprie case, studiavano per l’università, o bevevano caffè nero oppure badavano ai bambini ammalati e assenti da scuola, i loro clienti erano ancora a lavoro o chiedevano i soldi alle proprie madri per un nuovo pacchetto di Marlboro oppure badavano ai figli ammalati assenti da scuola. Non pioveva, tutto era in ordine.
I centri sociali, ancora occupati dal fumo, non si sottraevano al loro ruolo di utero per adolescenti e accoglievano, come figliuol prodighi, i giovani avventori dei bar, che avevano lasciato le sedie scomode e le bottiglie di birra per il brivido della ricerca di uno spinello. Ah, l’avventura giovanile, così impulsiva.
Il proprietario del piccolo cinema del quartiere aveva deciso di restar chiuso nel proprio carcere di pellicola e cemento ed era davvero pronto a farla finita. Gli occhi inquadravano continuamente, in quest’ordine: il soffitto dipinto di bianco; i ritratti alle pareti che raffiguravano vecchi registi ormai andati o non più così brillanti (Fellini, Bergman, Chaplin, Allen); la macchina dei pop-corn; il poster del nuovo film appena uscito nelle sale e già campione d’incassi; il cappio, che come una vipera pendeva dal soffitto. L’uomo gli si avvicinò piano, tremando. Aveva paura.
I vigili urbani multavano una Fiat 500 in doppia fila. I bambini venivano fuori da scuola tutti insieme in un’orda di vocine eccitate e le madri li aspettavano annoiate in auto, li baciavano, toglievano loro gli zaini dalle spalle per gettarli sul retro delle vetture e partire verso casa. I tossici erano ancora abbastanza lucidi, le suore ancora abbastanza pie. Dimitri D. tornava all’appartamento appartamento.
Addosso aveva ancora l’odore della prostituta serba con cui aveva dormito (dormi qui, gli aveva detto, mi fa essere triste che tu non hai dove andare, stanotte, non ti faccio pagare e lui aveva accettato di buon grado quell’invito, anche se, doveva ammettere, si sarebbe aspettato almeno un altro coito, ma lei era stanca e aveva solo voglia di dormire) mentre camminava piano e osservava la geometria umana che iniziava o smetteva la propria esistenza. Cadaverico e altissimo, Dimitri entrò in casa, aprì la credenza dove vi trovò la cara bottiglia di grappa per le grandi occasioni. Bevve. Un sorso, due. Si fermò e aprì l’unica finestra che affacciava sulla strada, il silenzio della sua cucina si riempì del silenzio esanime della città. Bevve un terzo sorso e posò la bottiglia al suo posto.
Lo studio occupava metà dell’appartamento sebbene fosse arredato solo da una vecchia scrivania nera e un paio di sedie di legno. Gli innumerevoli libri, invece, sembravano giacere sul pavimento di tutte le stanze come gettati via, riversi senza alcun ordine. L’uomo afferrò un trattato e ne fece venire fuori qualche foglio bianco, prese la penna che aveva in tasca e iniziò a scrivere.
Fuori i vigili urbani litigavano con il proprietario di una Fiat 500.
Venne la notte che con le sue donne occupò le strade e l’uomo alla scrivania, dopo l’ennesima doccia, si vestì per uscire. Lo salutarono tutte poiché ognuna di loro aveva almeno una sera nella vita fatto l’amore con lui. Nessuna di loro sapeva che lavoro facesse, le poche volte che aveva accettato in casa sua una prostituta, questa era tornata all’ovile visibilmente angosciata, ma forse più aggraziata e aveva raccontato alle colleghe di un uomo tremendamente solo, circondato da libri e odore di morte e quelle avevano quasi provato pena per lui. Però era ricco, Dimitri D.. Nessuno sapeva come si era arricchito, se avesse mai lavorato in vita sua o se semplicemente esercitasse la sempre redditizia professione di spacciatore. Di certo non sarebbe stato il primo, ma le poche donnacce che erano riuscite ad entrare nel suo antro affermavano con certezza che non c’era traccia di droga. Forse.
Passeggiava solo per le strade, osservando a una a una le calze a volte smagliate delle prostitute. Quella sera non aveva voglia di fare l’amore con nessuna di loro, ne avrebbe solo ascoltata una toccarsi tutta la notte, mentre restava chino sulla scrivania a studiare. Scelse per se’ una ragazzina dai capelli rossi, appena diciottenne. La portò a casa, le pagò la somma richiesta e la lasciò ansimare sul letto. Venne il mattino e la città si animò intorno al piccolo cinema, gridando la morte del suo proprietario. La ragazzina rossa non aveva mai visto un morto in tutta la sua vita e Dimitri si sentì costretto ad accompagnarla nel mezzo di quel vociare umano. Milano pioveva, ma i suoi abitanti non se ne curavano. D’altronde, un uomo che penzola dal soffitto è sempre uno spettacolo edificante. Facendosi strada come una bambina, la prostituta dai capelli rossi diventò la prima degli spettatori, mentre, dietro di lei, Dimitri D. osservava il volto dell’uomo. Non pregò, nè dimostrò alcuna emozione e, mentre la ragazza ancora saltellava eccitata intorno a quel corpo esanime, tornò alla propria scrivania, aspettando la notte.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...